Lutto per il mondo della farmacia e della sanità. È morto Giacomo Leopardi, una vita al servizio dei farmacisti italiani

Componente del Comitato Centrale della Fofi, presidente della Fondazione Cannavò, ex presidente di Federfarma e, con i suoi 24 anni di mandato, il più longevo Presidente dalla nascita della Federazione degli Ordini dei farmacisti

A cura di Redazione Farmalavoro

“I farmacisti devono smettere di inseguire il sogno della farmacia, che ormai è destinato a realizzarsi solo per una piccola parte di loro, e comprendere che, soprattutto con la ripresa economica, le maggiori opportunità arriveranno dal mondo dell’industria. Ma l’industria vuole “i migliori”. I farmacisti, quindi, non devono accontentarsi della laurea, ma continuare a formarsi e ad apprendere per essere loro “i migliori”. Per questi ragazzi io credo che lo spazio ci sarà e che ad attenderli ci sia il successo e tanto orgoglio professionale”.
 
A parlare è Giacomo Leopardi, in un’intervista al nostro giornale del 14 ottobre di un anno fa, dove, con la lucidità e la capacità di analisi che lo ha sempre contraddistinto, tratteggiava presente e futuro della professione del farmacista alla quale ha dedicato tutta la sua vita.
 
E noi lo vogliamo ricordare così, con le sue parole, le sue idee, le sue analisi sempre lucide e sempre un “passo avanti”, che riproponiamo alla vostra lettura.

Presidente Leopardi, la lunga carriera e le importanti cariche che ha ricoperto e ricopre negli organi professionali dei farmacisti rendono il suo punto di vista altamente qualificato a comprendere come è evoluta la professione e come è evoluto il contesto sociale, culturale, economico e politico in cui si è mossa. Dunque, cosa è successo alla farmacia negli ultimi decenni?
Il mondo è cambiato e la farmacia non poteva rimanere estranea a certi cambiamenti. La tecnologia, la scolarizzazione, l’immigrazione, l’evoluzione culturale in generale ha portato profondi cambiamenti nella società che hanno inevitabilmente impattato sulla professione del farmacista, direttamente o indirettamente. Basti pensare all’aumento del numero di laureati in farmacia, all’ingresso delle tecnologie e all’aumento di norme che gravano sulla gestione dell’esercizio. Per quanto riguarda la società, la farmacia e i farmacisti sono rimasti dei punti di riferimento per la comunità, ma l’avvento di internet ha aumentato le conoscenze del cittadino in materia di salute e questo ha inevitabilmente influenzato il rapporto di fiducia tra il farmacista e il paziente, che è diventato più esigente ma che rischia anche di basare le sue convinzioni su nozioni di medicina errate, perché non sempre le fonti in internet sono attendibili. E poi è arrivata la crisi economica, le manovre che hanno penalizzato la filiera e una pressione fiscale insostenibile: tutti fattori che hanno messo in ginocchio tantissime farmacie, riducendole spesso al fallimento, e che hanno lasciato senza lavoro tanti colleghi impiegati nell’industria o in attività diverse dalla farmacia.

Un tempo, nei paesi e nelle città, i farmacisti erano considerati alla stregua delle istituzioni. Un riconoscimento che non deriva dal loro potere, ma dal valore attribuito al lavoro che svolgevano. Un riconoscimento che arrivava anche dalle istituzioni, cioè quelle politiche. La politica che ruolo ha avuto a questa involuzione?
Sicuramente ne ha avuta molta. Le sue leggi e le sue manovre hanno portato le farmacie al limite della sostenibilità, altre hanno aperto la strada a nuove formule di dispensazione del farmaco a mio parere discutibili sul piano della sicurezza e della professionalità. Questo è accaduto perché evidentemente la politica – più dei cittadini – ha smesso di riconoscere nel farmacista quella professionalità a tutela del cittadino di cui parlava prima. Detto con schiettezza, alle condizioni attuali, bisogna essere dei coraggiosi per scegliere di svolgere questo servizio in difesa della società mentre dalla politica non ci arriva alcun sostegno. Ma lamentarsi e aggrapparsi alla nostalgia sarebbe inutile e controproducente. Bisogna reagire.

In che modo?
Anzitutto rendendo la politica e la società consapevoli dell’importanza dell’esistenza della farmacia e di un professionista appositamente qualificato a gestirla. Poi percorrendo nuove strade, perché se è vero che i cambiamenti sociali, culturali ed economici hanno per certi versi penalizzato la professione, è anche vero che hanno introdotto nuovi spazi in cui i farmacisti potrebbero far valere le loro competenze. Negli Usa, ad esempio, si dice che siano due le nuove condizioni che le farmacie devono realizzare per sopravvivere: “comprare insieme”, cioè organizzarsi attraverso cooperative, associazioni di acquisto e farmacie in rete, e “ampliare la gamma dei prodotti non-farmaco”, perché oggi non si vuole solo curare la malattia ma si cerca di raggiungere un benessere psico-fisico che ha tra le sue componenti anche la bellezza e la prestanza fisica. Questo giustifica l’estensione dei prodotti venduti in farmacie e dell’intervento del farmacista nell’area più generalmente chiamata “salute”, anziché sanità. Dunque a preparati che non sono farmaci puri bensì prodotti per “volersi bene”. La nutriceutica, ad esempio, sta esprimendo un forte potenziale tanto che la società Deloite ha previsto, tra il 2007 e il 2014, un aumento di vendita di questi prodotti pari al 31%. Altro settore di interesse è quello dei presidi, grazie all’evoluzione della chirurgia avanzata e alla cronicizzazioni di alcune patologie, che tuttavia rendono indispensabile l’uso di questi ausili.
In questo contesto, ritengo che in farmacia debbano tornare ad aumentare le preparazioni galeniche, che possono rappresentare una soluzione importante per la gestione delle malattie croniche, per la personalizzazione delle terapie e per rispondere alla carenza di farmaci essenziali o ad hoc.
Questi e tanti altri servizi rappresentano il futuro della farmacia.

Una farmacia sempre più tuttofare, dunque.
Sì, ma il farmaco deve restare l’elemento centrale, perché – va ricordato e sottolineato – la farmacia non è figlia del commercio ma sorella della medicina. Lo sviluppo della figura del farmacista deve, quindi, identificarsi nella introduzione del concetto di Pharmaceutical Care: presa in carico del paziente, monitoraggio dell’aderenza e dei trattamenti. Il farmacista deve implementare le sue conoscenze sull’uso del farmaco e sulla gestione delle patologie croniche. Deve essere sempre più protagonista dell’alleanza terapeutica con il paziente e il medico prescrittore. Il progetto Mur avviato dalla Fofi va proprio in questa direzione e ricopre per questo grande importanza non solo per valorizzare la figura del farmacista, ma anche per produrre più salute, per garantire più appropriatezza, per ridurre la spesa e quindi per favorire il controllo della spesa.
Ma per fare tutto ciò i farmacisti devono comprendere l’importanza di implementare l’aggiornamento tecnico scientifico, anche sui farmaci di più recente generazione, che richiedono molta attenzione nell’assunzione anche in considerazione dell’eventuale interazione con altri farmaci.

La Fofi e la Fondazione Cannavò si muovono in questa direzione. Ma i farmacisti vi seguono?
I farmacisti hanno compreso che o ci si adegua o si resta indietro. La crisi, per quando drammatica, ha rappresentato in questo senso uno stimolo. Stiamo assistendo a un nuovo scatto di orgoglio professionale. Siamo tornati a ricordare che anche se maggioranza farmaci dispensati sono prodotti dall’industria, la loro dispensazione da parte del farmacista non è un semplice gesto ma è una funzione sanitaria che giustifica la necessità di presenza, di stabilità e di importanza attribuita ai farmacisti e alla farmacia come tecnici della sanità e perno del Ssn.

C’è, anche per i farmacisti, un grave problema di disoccupazione. A queste difficoltà si è cercato di rispondere con la creazione delle parafarmacie e il recente concorso per l’apertura delle nuove sedi. Si è trattato di soluzioni adeguate, secondo lei?
Parafarmacie e concorsi per l’apertura di nuove sedi sono state a mio avviso soluzioni tampone e concepite frettolosamente. Il risultato è che non solo non si risolverà così il problema dell’occupazione, ma si è creata una forte frattura all’interno della categoria. I colleghi titolari di parafarmacia o i collaboratori hanno accusato i titolari di difendere dei privilegi, ma in realtà hanno male interpretato le loro preoccupazioni riguardanti il valore della professione e della farmacia. C’è stata una errata interpretazione: quello che doveva essere un provvedimento per allargare la vendita dei farmaci alla grande distribuzione è stato interpretato come l’anticamera per la farmacia. Mi rendo conto delle difficoltà che vivono i colleghi, ma è sbagliato far passare il farmaco per un bene commerciale è rischioso, sia per la professione del farmacista che per la salute dei cittadini.
Allo stesso modo, l’apertura delle nuove sedi potrà accontentare qualcuno, ma non risolverà davvero il problema dell’occupazione. Ogni anno, infatti, escono dalle università più di 4.000 nuovi farmacisti e certo non si può pensare di indire ogni anno i concorsi per l’apertura di 4.000 nuove sedi.

Per i giovani farmacisti, allora, non c’è futuro?
Certo che c’è. Anche se bisogna essere onesti: nonostante gli sforzi, la disoccupazione non sarà mai azzerabile. Non lo sarà per via del grande numero di laureati ogni anno e non lo sarà perché in certe attività il lavoro delle persone è stato sostituito dalle tecnologie. Però qualche cosa si può fare. Lo stanno facendo la Fofi e la Fondazione Cannavò attraverso il progetto Farma Lavoro dedicato alla ricerca di domande di lavoro e dunque all’inserimento dei farmacisti nel mercato del lavoro, ma lo sforzo più grande deve arrivare dai farmacisti stessi, che devono implementare le loro conoscenze, il loro sapere, le loro capacità e anche la loro creatività. I farmacisti stessi che devono smettere di inseguire il sogno della farmacia, che ormai è destinato a realizzarsi solo per una piccola parte di loro, e comprendere che, soprattutto con la ripresa economica, le maggiori opportunità arriveranno dal mondo dell’industria. Ma l’industria vuole “i migliori”. I farmacisti, quindi, non devono accontentarsi della laurea, ma continuare a formarsi e ad apprendere per essere loro “i migliori”. Per questi ragazzi io credo che lo spazio ci sarà e che ad attenderli ci sia il successo e tanto orgoglio professionale.

 

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