28.Jan.2021

Recovery Plan. Fimmg: “Su medicina del territorio proposte generiche e poco incisive. Case di comunità modello già vecchio”

“L’attuale pandemia ha reso palese la necessità di investimenti veri, strutturali e con scadenze programmatorie precise nelle cure primarie e nella medicina generale in particolare. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, in particolare quanto proposto al capitolo 6, rimane, a nostro avviso, ancora fermo su affermazioni di principio generiche e prive di una proposta incisiva che, a fronte della dichiarata volontà politica, affronti con decisione una svolta nella programmazione e nella destinazione chiara dei finanziamenti”. È quanto ha sostenuto la Fimmg in audizione in Commissione Affari sociali sul Recovery Plan.

“L’unico punto – rileva la Fimmg - , apparentemente innovativo ma di fatto riedizione di modelli già attuati con scarsi o nulli effetti sull’assistenza, è quello delle “Case della comunità”. Anche su questa proposta si rimane tuttavia su generiche dichiarazioni, lontane dalla realtà quotidiana dell’assistenza ambulatoriale e domiciliare. Si rimane ad esempio legati alla mera divisione numerica della popolazione senza tenere conto delle caratteristiche del territorio e della popolazione stessa che vi abita. Non si prende in considerazione quale paziente e con quale modalità operativa il team mutidisciplinare prenderà in carico e quale sarà la sua articolazione. Le differenze territoriali, nel nostro Paese, non sono un aspetto trascurabile”.

La Fimmg evidenzia che seguendo l’impostazione proposta di una “Casa di comunità” ogni 24.500 abitanti si verificherebbe una situazione con molte Regioni scoperte perché non tiene in “considerazione la conformazione oro geografica e la viabilità dei differenti territori, quindi le potenzialità d’accesso alla struttura”.

Per questi motivi la Fimmg rilancia il Team di Assistenza primaria, che comprenda oltre al medico di medicina generale perlomeno un infermiere e un assistente di studio.

“Il Team – spiega Fimmg - rappresenta l’unità elementare assistenziale a cui ogni studio di medicina generale dovrà tendere indipendentemente dalla complessità organizzativa e dalle caratteristiche del territorio in cui è inserito, al fine di garantire la capillarità della risposta assistenziale, l’accessibilità per la popolazione anziana e la domiciliarità per chi non è più in grado di recarsi presso lo studio medico. Questa organizzazione va a costruire il mattone fondamentale su cui poi articolare organizzazioni più complesse. La differente concentrazione di popolazione, rispetto alle aree geografiche e all’urbanizzazione delle stesse, necessita di pensare al medico di medicina generale e alla equipe che lavora con lui non più nei termini di popolazione afferente ma di popolazione afferente per chilometro quadrato che mantenga le condizioni di prossimità e fiduciarietà, sviluppando efficacemente l’assistenza domiciliare. Queste condizioni devono essere mantenute per le popolazioni più disperse. E’ noto che aree rurali e soprattutto montane e pedemontane sono abitate da anziani con mobilità autonoma problematica e pluripatologici e che 10 milioni di italiani, il 17% della popolazione, vive in paesi con meno di 5000 abitanti (che occupano più del 50% di tutta la superficie del territorio italiano)”.

“Nella strutturazione dei Team di Assistenza primaria  - sottolinea il sindacato – è da tenete in considerazione dunque non il rapporto capitario (1 medico ogni x n° abitanti) ma il rapporto per Km quadrato”.

Il sindacato propone tre modelli in base alla densità abitativa della popolazione assistibile

a) Con sede unica: per territorio con densità abitativa alta (più di 100 ab/Km quadrato). Prevedono 10 ore (soggetto a modifica normativa) di apertura con copresenza oltre che del medico di personale infermieristico (in supporto alla attività di cura, preventiva e domiciliare del mmg) e di personale amministrativo che supporti operatori sanitari e pazienti nelle attività burocratiche (non solo agenda e compilazione liste farmaci).

b) Con sede unica ed ambulatori periferici: per territorio con densità abitativa media (circa 50 ab/km quadrato). Prevedono orario d’apertura coordinato nelle 10 ore tra sede di riferimento ed ambulatori periferici. Presenza, presso la sede principale, di personale infermieristico ed amministrativo, con funzioni uguali a quelle del modello a), con l’utilizzo da parte di quest’ultimo delle tecnologie informatiche per la gestione anche degli ambulatori periferici.

c) Esclusivamente con ambulatori locali: per territorio a bassa densità abitativa (meno di 50 ab/km quadrato). In questo caso integrando il più possibile l’orario d’apertura degli ambulatori locali il supporto alla attività del mmg sarà effettuata dal personale infermieristico attraverso presenze programmate negli studi locali e nel territorio di competenza per le attività di cura, prevenzione e domiciliarità. Per quanto riguarda l’attività amministrativa potrà essere svolta attraverso call center. Per l’attività del mmg si ritengono opportune anche sperimentazioni di modalità di teleconsulto espandibili eventualmente anche alle forme organizzative a) e b).

In ogni caso nella organizzazione delle unità erogative di assistenza primaria per la Fimmg “deve essere tenuto conto anche del contesto urbanistico del territorio. Città ad altissima concentrazione abitativa, che insistono su un'area comunale vasta (Roma, Napoli, Milano ecc.), potrebbero necessitare comunque di una "organizzazione" diffusa mediante il mantenimento di studi anche singoli, benché integrati, dei medici di medicina generale. Attuando il modello organizzativo sopra descritto, la “Casa della Comunità” acquisisce una reale efficacia nel ruolo di cerniera territoriale e coordinamento territoriale con il secondo livello specialistico ed ospedaliero”.

Altra nota dolente del Recovery sono le soluzioni di connected care e gli strumenti di telemedicina che “restano vaghe e non vengono approfonditi i temi seppur fondamentali”.

Il sindacato evidenzia che “per rendere efficaci le cure territoriali, i team sopra indicati e le loro articolazioni devono essere dotati di dispositivi tecnologici ed informatici. E’ irrinunciabile che la dotazione tecnologica degli studi dei medici di medicina generale si arricchisca di nuovi servizi e strumentazioni (spirometri, ecografi, elettrocardiografi, POCT per diagnosi di laboratorio, etc) che, oltre ad aumentare la risposta di intensità diagnostica e assistenziale dello studio di medicina generale in tema di prevenzione e presa in carico della cronicità, potrà accogliere/intercettare e gestire i pazienti che presentano una sintomatologia acuta prevenendo nella maggior parte dei casi gli accessi ai servizi distrettuali e ospedalieri di primo e secondo livello, nonché ai pronto soccorso, che potranno pertanto ridurre i rispettivi costi e tempi di attesa. Gli effetti attesi da questa dotazione tecnologica saranno dunque il completamento del percorso diagnostico con la possibilità da remoto di consulti e confronti con il secondo livello. Se ne avrebbero effetti positivi importanti a domicilio dove si potrebbe attivare un efficace tele monitoraggio e sarebbe una modalità efficace di avvicinare servizio sanitario e domicilio senza contare gli effetti positivi sulla riduzione delle liste d’attesa e sugli accessi impropri al pronto soccorso”.

E per realizzare questo modello la Fimmg rimarca che servono almento due condizioni: “Un finanziamento certo, definito e mirato, sufficiente alla realizzazione del cambiamento con norme regolatorie di utilizzo uniformi in tutto il Paese e una “e”voluzione della premialità contrattuale che favorisca il professionista nella sua organizzazione e nei risultati d’assistenza espressi”.

“In queste condizioni – conclude la Fimmg - la medicina generale sarà in grado di esprimere tutte le potenzialità assistenziali che possiede anche attraverso la presa in carico non solo della domiciliarità in senso stretto ma anche in quella che si esprime attraverso le RSA e gli Ospedali di Comunità”.

 

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Fonte: IlFarmacistaOnline

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