04.Dec.2017

La sanità secondo il Censis: “La prevenzione ha successo su fumo, sport, screening ma non sulle vaccinazioni che restano basse”

Presentato ieri il 51° Rapporto Annuale dell’istituto diretto da Giuseppe De Rita. Per la sanità la chiave di lettura offerta quest’anno punta soprattutto sulla constatazione che gli italiani sembrano aver capito l’importanza di adottare buoni stili di vita, unita alla consapevolezza dell’opportunità offerta dai programmi di screening preventivi.
 
La nota dolente però, avverte il Censis, sta nel calo in quella che il Rapporto definisce “la pratica preventiva per antonomasia” e cioè le vaccinazioni.
 
Su questo terreno gli italiani, mostrano scarsa adesione, soprattutto per il vaccino antinfluenzale ma anche per tutti gli altri.
Per quanto riguarda la fiducia verso il Ssn, la maggioranza degli italiani resta soddisfatta dei servizi offerti (64%) ma questo vale solo per una parte del Paese (al sud i soddisfatti sono solo il 46,6%).
 
Il capitolo «Il sistema di welfare» del 51° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2017 (sintesi)
 
La nuova centralità della prevenzione nella cultura della salute. Esiste una nuova centralità della prevenzione nella cultura della salute degli italiani, certificata da opinioni e comportamenti di massa.
 
Nel periodo 2006-2016 i fumatori sono diminuiti dal 22,7% al 19,8%, i sedentari assoluti dal 41,1% al 39,2%. Nel periodo 2005-2015 cresce dal 64,9% all'84% la quota di donne di 25-69 anni che hanno fatto il pap test, dal 58,6% all'86,4% la quota di donne di 45 anni e oltre che hanno fatto la mammografia.
 
Diverso il destino di quella che per molti anni è stata la pratica preventiva per antonomasia, la vaccinazione. Si riduce l'incremento delle coperture vaccinali: tra gli adulti la copertura antinfluenzale passa dal 19,6% del 2009-2010 al 15,1% del 2016-2017, tra i bambini l'antipolio passa dal 96,6% del 2000 al 93,3% del 2016, quella per l'epatite B scende dal 94,1% al 93%.
 
A essere rilevante è la forte articolazioni delle opinioni dei cittadini su valore, efficacia e sicurezza delle vaccinazioni. Il 36,2% è favorevole solo alle vaccinazioni coperte dal Servizio sanitario nazionale, il 31,2% si fida sempre e comunque delle vaccinazioni, il 28,6% è dubbioso e decide di volta in volta consultando pediatra o medico.
 
Insicurezza e disparità, difficili sfide per la sanità italiana. Continua a crescere la spesa sanitaria privata in capo alle famiglie, pari a 33,9 miliardi di euro nel 2016 (+1,9% rispetto al 2012). Una disfunzione classica dell'offerta pubblica è la lunghezza delle liste di attesa. Nel 2014-2017 si rilevano +60 giorni di attesa per una mammografia, +8 giorni per visite cardiologiche, +6 giorni per una colonscopia e stesso incremento per una risonanza magnetica.
 
Un'altra disfunzione in evidente peggioramento è la territorialità della qualità dell'offerta. Circa il 64% dei cittadini è soddisfatto del servizio sanitario della propria regione, quota che scende però al 46,6% nel Sud. Durante l'ultimo anno il servizio sanitario della propria regione è peggiorato secondo il 30,5% degli italiani, quota che sale nel Sud al 38,1% e al Centro al 32,6%.
 
L'emergenza permanente della non autosufficienza. Nel 2016 le persone non autosufficienti sono 3.378.000 (l'8% della popolazione, con quote pari al 7% nel Sud, al 5,8% al Centro, al 5,5% al Nord-Est e al 4,7% al Nord-Ovest). L'80,8% ha oltre 65 anni di età. Alla luce degli attuali trend, si stima che nel 2031 le persone non autosufficienti saranno 4.666.000 e l'area più a rischio è il Sud, con un incremento previsto del 10,5%.
 
I dati dell'assistenza domiciliare documentano una rete ancora insufficiente e la residenzialità continua a essere una sorta di cenerentola dell'assistenza, con 273.000 ospiti. E nell'ultimo anno le famiglie con persone non autosufficienti hanno sperimentato maggiori difficoltà nel sostenere le spese sanitarie (il 51% rispetto al 31,5% del resto delle famiglie). Né trovano consenso tra gli italiani soluzioni come fornire l'assistenza ai non autosufficienti con i robot (il 73% degli over 75 anni è assolutamente contrario).
 
Più intensa, minorile, etnicizzata: i volti della povertà. Sono oltre 1,6 milioni le famiglie che nel 2016 sono in condizioni di povertà assoluta, con un boom del +96,7% rispetto al periodo pre-crisi. Gli individui in povertà assoluta sono 4,7 milioni, con un incremento del 165% rispetto al 2007. Tali dinamiche incrementali hanno coinvolto tutte le aree geografiche, con un'intensità maggiore al Centro (+126%) e al Sud (+100%). Il boom della povertà assoluta rinvia a una molteplicità di ragioni, ma in primo luogo alle difficoltà occupazionali, visto che tra le persone in cerca di lavoro coloro che sono in povertà assoluta sono pari al 23,2%. Il fenomeno ha una relazione inversa con l'età: nel 2016 si passa dal 12,5% tra i minori (+2,6% negli ultimi tre anni) al 10% tra i millennial (+1,3%), al 7,3% tra i baby boomer, al 3,8% tra gli anziani (-1,3%). La povertà assoluta ha l'incidenza più elevata tra le famiglie con tre o più figli minori (il 26,8%, +8,5%). I dati mostrano un altro trend il cui potenziale sviluppo può avere gravi implicazioni nel futuro: l'etnicizzazione della povertà assoluta. Nel 2016 il 25,7% delle famiglie straniere è in condizioni di povertà assoluta contro il 4,4% delle famiglie italiane, mentre nel 2013 erano rispettivamente il 23,8% e il 5,1%.
 
I rischi del mancato consenso sociale sull'età pensionabile. L'Italia è il Paese con l'età di accesso alla pensione più alta d'Europa, preceduto solo dalla Grecia. Per gli uomini 66 anni e 7 mesi nel settore pubblico, nel privato e per il lavoro autonomo. Per le donne 66 anni e 7 mesi nel settore pubblico, 65 anni e 7 mesi nel privato e 66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome. In media negli altri Paesi europei si va in pensione a 64 anni e 4 mesi per gli uomini e a 63 anni e 4 mesi per le donne. E il gap è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. In media, l'età alla quale gli italiani pensano che andranno in pensione è 69 anni, ma l'età alla quale vorrebbero andarci è 62 anni. Nel periodo 2007-2017 diminuisce dal 47,8% al 40,8% la quota di cittadini convinti che il loro reddito in vecchiaia sarà adeguato, passa dal 23,4% al 31,2% la percentuale di chi è convinto che percepirà un reddito appena sufficiente a sopravvivere, sale dal 18% al 21,7% la quota che ritiene che avrà un reddito insufficiente.

 

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