11.Sep.2017

Il futuro della sanità. A confronto Mandelli e Romano: il problema sono 21 regioni che non vogliono seguire gli esempi di benchmark

I cittadini possono davvero far conto sulla sanità italiana e sulla sua reale innovazione?
Perché alcune Regioni garantiscono una sanità efficace ed efficiente ai propri cittadini e altre no?
 
Di fronte a casi come quello della bambina di Trento morta di malaria, ci si pone il problema di vecchie malattie che tornano e della possibilità che si ha di affrontarle, prevenirle ed evitare che si ripropongano come un problema di salute nel nostro Paese anche legato all’immigrazione. Quali strumenti vanno messi in campo per fronteggiare una simile emergenza?

Queste le tre domande che Arturo Diaconale, direttore de “L’Opinione” ha posto in un faccia a faccia con Andrea Mandelli (Forza Italia) e Ferdinando Romano (Docente Università «La Sapienza), durante il convegno "Idee e progetti per la Sanità del futuro", che si è svolto a Marina Di Pietrasanta (Lucca), nell'ambito della 1° Festa nazionale de L'Opinione e che è stato trasmesso integralmente da Radio Radicale.

La sanità italiana è una buona sanità, secondo Andrea Mandelli, “ma ha una malattia: ventuno Regioni e molte più Asl che parcellizzano e creano un rivolo di situazioni che in alcuni casi fa venire meno l’eccellenza”. Secondo Mandelli il Titolo V così com’è ha creato “ventuno mostri” che gestiscono la sanità in modo differente.
 
“In questo momento – fa l’esempio Mandelli – la diagnostica per immagini sta cambiando in modo radicale consentendo diagnosi sempre più precise, la robotica entra in sala operatoria rendendo sempre più precisi gli interventi e quindi meno invasivi con meno degenze e più brevi. E non possiamo non considerare l’impatto dei farmaci innovativi che sta cambiando la nostra vita , grazie alla ricerca: anni fa una diagnosi di epatite C era una diagnosi infausta, oggi si può curare”.
 
“Ma la sanità – spiega Mandelli - sta vivendo un momento drammatico che si concentra sul tema della sostenibilità: se le nostre cure e prestazioni sono eccellenti, lo stesso non si può dire sul piano dei conti e delle risorse che servono a garantirla. Non dimentichiamo che oltre agli oltre 114 miliardi spesi nel 2017, ogni anno gli italiani mettono comunque la mano al portafoglio per un totale di circa 35 miliardi di spesa privata extra Ssn. E questo deve farci riflettere. Anche perch° la nostra aspettativa di salute e i nostri bisogni di salute sono in continua evoluzione”.
 
“Se trent’anni fa ci accontentavamo di guarire – chiosa il presidente della Fofi - ora vogliamo stare super-bene: aumenta l’età media e anche la nostra aspettativa di vivere meglio”.

Per Ferdinando Romano che, come lui stesso ricorda, ha avuto incarichi di responsabilità al Policlinico Umberto I di Roma, ma anche alla Regione Campania, all’Asl di Caserta, e sempre nel Lazio come direttore generale dell’Asl Roma D: “Abbiamo sempre avuto la consapevolezza che il nostro servizio sanitario nazionale fosse uno dei migliori del mondo e di fatto lo è in termini di organizzazione per non parlare il servizio veterinario che nessuno cita ma che è il migliore in assoluto al mondo”.
 
“Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato, è andato peggiorando. Un recentissima pubblicazione della European House Ambrosetti– sottolinea Romano - ha sviluppato un indicatore di appropriatezza che ha posto a confronto in 14 Paesi: l'Italia purtroppo è risultata essere ultima in Europa e quindi probabilmente qualcosa dobbiamo fare per cambiare la sanità perché se manteniamo questo livello il declino non ci permetterà  di dare alle persone la giusta risposta ai suoi bisogni”.
 
“Ma il tutto non si può ridurre ad analisi statistiche, bisogna saper ascoltare, entrare nel merito dell’accessibilità, dell’equità, della  fruibilità. A Roma se una persona sta male ha una sola possibilità: venire al Policlinico anche se ha bisogno semplicemente di una visita. Non possiamo stare nel 2017 con una sanità in cui, specie nel Centro Sud che conosco bene, l'unica possibilità per i problemi di salute sia andare al pronto soccorso, che diventa un inferno in cui il cittadino che merita rispetto e attenzione ai suoi bisogni, centralità, perde tutto questo senza avere una alternativa dopo ore e ore di attesa”.
 
“Le alternative ci sono: ricostruire il territorio con medici di famiglia, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatorialiche si dovrebbero aggregare tutti, come prevede la legge, nelle Unità di cure primarie complesse”.

Per Mandelli molto si può apprendere dall’esperienza lombarda. Soprattutto per l’idea che questa regione è riuscita a sviluppare nel tempo sul piano della sussidiarietà tra pubblico e privato.
 
“Un’idea – spiega Mandelli - che ora si è ulteriormente sviluppata con il nuovo Piano per la cronicità che ha sviluppato un sistema fortemente innovativo di presa in carico dei bisogni assistenziali del paziente cronico.
 
“Un’assistenza due punto zero – chiosa il vice presidente della Commissione Bilancio del Senato - con una bella gara virtuosa tra pubblico e privato, certamente positiva, per dare il servizio migliore possibile al cittadino che diventa effettivamente il centro delle cure”.

Un modello che però, secondo Romano, non si riesce a estendere a tutte le Regioni perché spesso il privato “ è demonizzato” con tetti di spesa al ribasso e budget che, come nel caso della Campania, sono talmente ridotti da non essere sufficienti a coprire i 12 mesi annui.
 
“In Lombardia – sottolinea Romano - le dinamiche sono profondamente diverse, c'è un'integrazione molto più profonda, c'è una coesione del sistema per cui tutti sono considerati al servizio del cittadino e tutti sono considerati strumenti fondamentali della buona sanità”.
 
Ma per Romano, “C'è un altro punto fondamentale che riguarda la presa in carico dei pazienti. Preferiamo andare in ospedale per farci curare o che si sposti l'assistenza a domicilio ormai per tantissime patologie? C'è l' ospedalizzazione domiciliare, quella rete di cui parlava anche Mandelli, che costa molto di meno, ma ha bisogno di un investimento iniziale marginalerispetto al benefico ottenibile sul piano della riduzione dei costi e del conseguente risparmio di risorse che, come detto anche nel Patto per la salute, si può reinvestire in tecnologie, robotica, farmaci innovativi”.
 
Salute e migranti. “La buona integrazione passa anche per la  salute e per una maggiore attenzionea certe peculiarità. Ad esempio - sottolinea Mandelli -  l’Aifa ha recentemente sottolineato come spesso gli extracomunitari sono vittime di diabeteperché chiaramente venendo in Italia, in Europa, assumono una quantità calorica diversa rispetto alle loro abitudini alimentari e il loro metabolismo si altera”.

“Siamo a pochi mesi dalla campagna elettorale – ha concluso Mandelli - e il centrodestra deve contraddistinguersi proponendo un'alternativa. Tutto ciò di cui abbiamo parlato in questo dibattito è la sintesi: dobbiamo rivedere l’ospedalizzazione per andare sul territorio proseguendo quello che cominciò a fare il ministro Fazio, fare reti di professionistiper dimezzare i costi, sfruttare situazioni che possono sinergicamente dare risparmio economico e mantenere la qualità”.
 
“Senza dimenticare - aggiunge il presidente della Fofi - che spesso abbiamo un approccio sbagliato quando parliamo di salute parlando solo di spesa, la salute è prima di tutto un investimento per il futuro. Avere le risorse necessarie per farmaci innovativi e per i Lea, pensare seriamente al secondo pilastro integrativo e cominciare a capire che magari la sanità può essere modulata anche con altri meccanismi, ad esempio con una contribuzione personale diversificata insieme a specifici  strumenti innovativi per creare un progetto di sostenibilità del servizio”.

Per Romano l’immigrazione e l’allarme che essa sviluppa tra la popolazione vanno affrontati prima di tutto sul piano politico. “Sul piano tecnico – spiega – dobbiamo far fronte a una serie di malattie che generano apprensione, ma per le quali abbiamo tutte le competenze per fronteggiarle al meglio. L’unico problema è che questo ha un costo e qualcuno, lo Stato, deve metterci risorse. Ricordiamoci due o tre cose: i Lea non sono stati finanziati sufficientemente, i farmaci innovativi hanno un fondo assolutamente incapiente e quando ai tempi del Patto per la salute le Regioni si sono sedute al tavolo premettendo che senza certezza di finanziamenti nulla si poteva fare, è stato previsto un finanziamento per il 2016 di 115,4 miliardi, ma il finanziamento reale alla fine è stato di 111 miliardi. Quattro in meno e tutti hanno dovuto fare salti mortali per poter restare nel bilancio e non avere disavanzi a scapito alla sanità”.

 

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